
Il limite del regime forfettario potrebbe salire da 85.000 a 100.000 euro dal 2027, ma l’aumento non è ancora in vigore. Il 28 ottobre 2026 il Consiglio dei ministri ha approvato il disegno di Legge di Bilancio 2027: secondo il comunicato ufficiale, la soglia sale a 100.000 euro ai fini delle imposte sui redditi, mentre per l’esenzione dall’IVA resta a 85.000 euro, in attesa di un’autorizzazione dell’Unione europea. Ora il provvedimento deve essere esaminato e approvato dal Parlamento.
Situazione al 2 novembre 2026: il Governo ha approvato il disegno di Legge di Bilancio 2027, non la legge definitiva. La soglia di 100.000 euro è quindi contenuta in un progetto ancora sottoposto all’iter parlamentare. Fino all’approvazione definitiva continuano a valere le regole attuali: soglia ordinaria di 85.000 euro e uscita immediata se i ricavi o compensi superano 100.000 euro nello stesso anno.

Indice
Che cosa ha approvato il Consiglio dei ministri
La notizia corretta non è “il forfettario è già a 100.000 euro”. Il 28 ottobre 2026 il Consiglio dei ministri ha dato il via libera al disegno di Legge di Bilancio 2027. Il testo integrale della manovra, però, deve essere trasmesso alle Camere e pubblicato nella documentazione parlamentare: fino a quel momento non è possibile trattare come definitiva ogni soglia, decorrenza o modalità applicativa. Per seguire l’iter bisogna distinguere il passaggio nel Consiglio dei ministri dalla successiva fase parlamentare.
Perciò mancano ancora due passaggi importanti: l’approvazione della Legge di Bilancio da parte del Parlamento e la promulgazione con pubblicazione in Gazzetta Ufficiale. Solo dopo questi passaggi, e secondo la decorrenza prevista dal testo definitivo, la nuova regola potrà produrre effetti. Non bisogna quindi aprire oggi una partita IVA contando già su una soglia futura che potrebbe essere modificata. Le altre misure della manovra, dall’IRPEF ai giovani alle famiglie, sono nel nostro riepilogo Manovra 2027: cosa cambia.
La soglia è già di 100.000 euro?
No. Oggi la soglia ordinaria di accesso e permanenza è 85.000 euro. La Legge di Bilancio 2023 ha portato il limite da 65.000 a 85.000 euro e ha previsto che il regime cessi nello stesso anno quando i ricavi o compensi percepiti superano 100.000 euro. Questa regola, spesso confusa con l’aumento appena annunciato, non significa che il forfettario sia già accessibile fino a 100.000 euro: indica soltanto la soglia oltre la quale l’uscita è immediata. Le regole in vigore sono riassunte nella scheda dell’Agenzia delle Entrate sul regime forfetario.
La misura annunciata per il 2027 sarebbe diversa: permettere l’accesso al regime fino a 100.000 euro. Il punto decisivo è l’IVA. Il comunicato del Consiglio dei ministri scrive che la soglia di 100.000 euro vale “ai fini delle imposte sui redditi”, mentre “ai fini dell’esenzione dall’IVA la soglia resta a 85.000 euro, in attesa dell’autorizzazione dell’Unione europea”. In conferenza stampa il Governo ha detto di avere un anno per negoziare con la Commissione europea. Si profila quindi un doppio binario: tra 85.000 e 100.000 euro, imposta sostitutiva agevolata sui redditi ma obblighi IVA, almeno finché non arriva l’autorizzazione. Il testo definitivo dovrà chiarire come funzionerà in pratica.
Come funziona il regime forfettario
Il regime forfettario è un sistema fiscale semplificato per persone fisiche che lavorano come professionisti, autonomi o piccoli imprenditori individuali. Non è una forma societaria: prima si apre la partita IVA e poi, se si rispettano i requisiti, si applica questo regime fiscale. Si può iniziare un’attività dichiarando, nella comunicazione di inizio attività, di presumere la presenza delle condizioni richieste dalla legge.
La sua caratteristica principale è che il reddito non viene calcolato sottraendo una per una tutte le spese realmente sostenute. Si prendono i ricavi o compensi incassati e si applica un coefficiente di redditività, diverso in base al codice ATECO dell’attività. La parte che risulta è il reddito forfettario. Le regole di base sono previste dall’articolo 1, commi 54-89, della Legge n. 190/2014, con le modifiche successive; l’Agenzia delle Entrate le spiega nella sua scheda sul regime forfetario.
Un esempio semplice
Immaginiamo un professionista che incassa 30.000 euro e che abbia un coefficiente di redditività del 78%. Il reddito fiscale forfettario non sarà automaticamente 30.000 euro: sarà 23.400 euro, cioè il 78% degli incassi. Dal reddito così calcolato si sottraggono i contributi previdenziali obbligatori versati e sul risultato si applica l’imposta sostitutiva. L’esempio serve a capire il meccanismo: il coefficiente esatto dipende dall’attività e va verificato con un commercialista.
Chi può accedere e quali sono i principali ostacoli
Con le regole attualmente in vigore, possono accedere le persone fisiche che nell’anno precedente hanno avuto ricavi o compensi entro 85.000 euro, ragguagliati ad anno, e che rispettano gli altri requisiti previsti. Per chi apre una nuova attività, il limite si valuta in base ai ricavi o compensi che si prevede di realizzare.
- Non possono applicarlo, tra gli altri, le attività che rientrano in regimi speciali IVA o in altri regimi forfettari.
- Esistono limitazioni per chi partecipa a società di persone, associazioni professionali o imprese familiari, e per chi controlla determinate società.
- È una causa ostativa il fatto di lavorare prevalentemente per l’attuale datore di lavoro o per un datore avuto nei due periodi d’imposta precedenti, salvo le eccezioni previste.
- Per chi ha anche un lavoro dipendente esiste una soglia sul reddito da lavoro dipendente o assimilato. Nel 2026 è stata elevata temporaneamente a 35.000 euro; per il 2027 occorre verificare la Legge di Bilancio definitiva.
Quanto si paga: il 15% non è tutta la storia
L’imposta sostitutiva ordinaria è del 15%. Per una nuova attività può scendere al 5% per i primi cinque periodi d’imposta, ma solo quando sono rispettate tutte le condizioni previste: per esempio, l’attività non deve essere la semplice prosecuzione di un lavoro precedente e il contribuente non deve aver esercitato un’attività d’impresa, arte o professione nei tre anni precedenti, salvo i casi ammessi dalla legge.
L’imposta sostitutiva rimpiazza IRPEF e addizionali regionali e comunali sul reddito dell’attività. Non sostituisce però i contributi INPS, che restano da pagare secondo la gestione previdenziale applicabile. Per alcune attività d’impresa è possibile chiedere la riduzione contributiva del 35%, ma non è automatica e può ridurre anche l’accredito pensionistico: va valutata con attenzione.
Che cosa si semplifica e che cosa resta da fare
Nel forfettario, in linea generale, non si addebita l’IVA in fattura, non si detrae l’IVA sugli acquisti, non si applicano le ritenute d’acconto come un soggetto ordinario e non si tengono i registri contabili IVA ordinari. Restano però la fatturazione elettronica, la conservazione dei documenti, la dichiarazione dei redditi, il pagamento dell’imposta sostitutiva e dei contributi, oltre agli eventuali adempimenti specifici dell’attività.
Il regime non è sempre conveniente. Se l’attività richiede grandi investimenti, ha costi reali elevati o lavora soprattutto con clienti che recuperano l’IVA, il regime ordinario può essere più adatto. Nel forfettario, infatti, le spese effettive non si deducono una per una: sono già considerate in modo forfetario dal coefficiente. Anche il passaggio futuro al regime ordinario va pianificato, soprattutto quando ci si avvicina alla soglia.
Conviene aprire una partita IVA?
Per chi sta iniziando a lavorare in proprio, il forfettario può offrire un avvio più semplice e una tassazione prevedibile. Non deve però diventare l’unico criterio della decisione. Prima di aprire la partita IVA conviene stimare gli incassi realistici, i costi, i contributi, il compenso netto desiderato, il codice ATECO corretto e il rischio di lavorare in condizioni che assomigliano a un rapporto di lavoro subordinato.
La possibile soglia a 100.000 euro può interessare chi prevede di superare gli 85.000 euro, ma non elimina gli altri requisiti e, secondo il comunicato del Governo, oltre 85.000 euro comporterebbe l’IVA finché non arriva l’autorizzazione europea. Chi sta decidendo ora dovrebbe quindi fare i conti sulle regole oggi vigenti e considerare la proposta 2027 soltanto come un possibile cambiamento, non come un diritto già acquisito.
Domande frequenti
Il Consiglio dei ministri ha già approvato l’aumento?
Ha approvato il disegno di Legge di Bilancio 2027 che lo contiene. Non ha approvato una legge definitiva già applicabile ai contribuenti.
Serve una seconda approvazione?
Sì. Il testo deve passare dal Parlamento, che può modificarlo, e deve concludere l’iter con promulgazione e pubblicazione in Gazzetta Ufficiale. Fino ad allora resta in vigore la disciplina attuale.
Perché si parla di autorizzazione europea?
Perché la franchigia IVA per le piccole imprese è disciplinata anche dalla normativa europea. L’articolo 284 della direttiva UE 2020/285 indica una soglia che non può superare 85.000 euro. Per questo il Governo ha alzato a 100.000 euro solo la soglia per le imposte sui redditi e ha lasciato l’esenzione IVA a 85.000 euro, in attesa dell’autorizzazione europea.
Questo articolo ha finalità informative e fotografa la situazione al 2 novembre 2026, sul comunicato del Consiglio dei ministri n. 195 del 28 ottobre 2026. Prima di aprire o modificare una partita IVA, verifica il testo definitivo della legge e chiedi una valutazione personalizzata a un commercialista.
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